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Satlyt, dall’ingegnere ex Google e SpaceX, raccoglie 8 milioni di dollari per portare l’AI sui satelliti

Redazione
Last updated: 14 Ottobre 2026 0:31
Redazione
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6 Min Read
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Il round seed da 8 milioni di dollari è guidato da Non Sibi Ventures, fondo con sede a Houston, e arriva mentre la società si appresta a un lancio decisivo: giovedì il suo software salirà in orbita su un razzo SpaceX, in compagnia del primo prototipo del progetto di data center spaziale di Google, Project Suncatcher.

Contents
Due missioni dimostrative e il lancio di giovedìUn cloud condiviso tra due satellitiPerché gli investitori ci hanno creduto

Dietro Satlyt c’è Rama Afullo, ingegnere kenyano-americano che ha maturato la propria esperienza nel cloud computing di Google, per poi passare nel 2024 alla rete di comunicazioni Starlink di SpaceX. Da entrambi i percorsi è nata la stessa convinzione: il calcolo in orbita è un potenziale ancora inespresso. «Quando ero in SpaceX ho provato a proporre l’idea internamente. Hanno detto no. Quando ero in Google ho provato a proporla internamente. Hanno detto no», racconta Afullo. Nessuna delle due aziende ha creduto alla sua proposta dei data center orbitali, così Afullo ha lasciato SpaceX e ha cofondato Satlyt, con sedi distribuite tra Sunnyvale, in California, e Nairobi. L’obiettivo: costruire software capace di far collaborare molti satelliti su grandi carichi di calcolo nello spazio.

Il momento pare favorevole: SpaceX nel frattempo ha puntato in modo deciso sui data center orbitali. A differenza di SpaceX, Google o startup come Starcloud e Cowboy Space Company, però, Satlyt non ha alcuna intenzione di costruire propri veicoli spaziali. Il team sviluppa il software per far funzionare modelli AI sui satelliti, con un approccio paragonato da Afullo a quello di VMware e Snowflake, piattaforme che permettono di eseguire software complesso senza occuparsi dell’infrastruttura sottostante.

«I tipi come SpaceX che stanno facendo data center orbitali — se loro sono l’iPhone, noi costruiremo Android, come ecosistema aperto e orizzontalmente integrato», spiega Afullo, descrivendo l’ambizione di offrire software che funzioni sui satelliti di molte aziende diverse.

Due missioni dimostrative e il lancio di giovedì

Satlyt ha già volato il proprio software in due missioni dimostrative. Il primo terreno di lavoro è l’efficienza operativa dei veicoli spaziali, che oggi dipendono dai controllori di volo a terra per risolvere qualsiasi problema. Il downlink, cioè l’invio di dati verso la Terra, è costoso e spesso lento: prendere decisioni a bordo tramite l’AI può tradursi in risparmi concreti, sia nella gestione delle anomalie sia nell’elaborazione dei dati dei sensori direttamente sul veicolo invece che a terra.

All’inizio di quest’anno, ad esempio, Satlyt ha distribuito il modello AI Gemma di Google DeepMind a bordo di un spacecraft gestito da Momentus. Il modello ha ridotto di oltre il 60% le dimensioni di una trasmissione relativa agli errori software di bordo: un’efficienza che, secondo Afullo, può far risparmiare centinaia di migliaia di dollari l’anno per satellite.

Il lancio di questa settimana porterà il software di Satlyt su un spacecraft costruito da TakeMe2Space, startup indiana che produce hardware di calcolo per satelliti. La missione coinvolge tre clienti: la NASA, che paga la società per testare protocolli di cloud computing nello spazio; Stellerian, startup dedicata alla sorveglianza spaziale — il tracciamento degli oggetti in orbita — interessata a sperimentare carichi di elaborazione delle immagini; e TakeMe2Space stessa, per dimostrare che il satellite può ospitare software di altre aziende.

Un cloud condiviso tra due satelliti

Oggi in orbita ci sono poche GPU di alta potenza, quindi la opportunità più immediata risiede nei carichi di lavoro su cui Satlyt sta già lavorando. Il prossimo progetto dell’azienda è però ambizioso: dimostrare di poter creare un sistema di calcolo condiviso — un cloud — distribuito su due satelliti diversi, con un tentativo previsto per il prossimo anno. In caso di successo, Satlyt potrà costruire un vero cloud di calcolo in orbita come fornitore terzo per i costruttori di spacecraft.

«Il modo di vederla è che trasformiamo il tuo satellite in un servizio gestito che genera ricavi», sintetizza Afullo. La speranza del fondatore è di essere attivo sul 20% dei satelliti entro la fine del decennio, quando si aspetta che praticamente ogni costruttore di spacecraft monterà GPU e processori avanzati simili sui propri satelliti. «Se lanci un satellite senza metterci una GPU, quanto meno ti stai facendo un disservizio», conclude.

Perché gli investitori ci hanno creduto

Il round seed è stato guidato da Non Sibi Ventures, dove il partner Bernard Harris — astronauta NASA per oltre 20 anni — ha contribuito a fondare la convinzione del fondo in un’impresa spaziale così originale. Tra le ragioni dell’investimento c’è il fatto che Satlyt non dipende dalla visione più estrema dei data center spaziali, un’idea che deve fare i conti con economie incerte e un collo di bottiglia nei lanci. «Non servono data center nello spazio perché Rama abbia un successo enorme, giusto? Può semplicemente essere trainato dal numero di satelliti che vengono lanciati», ha dichiarato a proposito il partner del fondo Kent Lucas.

Satlyt è tra le decine di startup selezionate che partecipano alla competizione Battlefield di Disrupt, in programma questa settimana nel centro di San Francisco, con avvio fissato a martedì.

TAGGED:AIfundraisingsatellitiSatlytSpaceXspazio
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