ChatGPT comanda, ma il mercato ha ancora ampi spazi vuoti
Il rapporto pubblicato lunedì da Olivia Moore, partner di Andreessen Horowitz dedicata all’AI consumer, mette in fila le top 100 app del settore. La fotografia che ne esce vede ChatGPT saldamente al comando, con un vantaggio netto su tutti gli altri concorrenti. Eppure la classifica non è l’unico elemento degno di nota: accanto ai colossi, applicazioni di dimensioni più contenute come Suno ed ElevenLabs stanno dimostrando una solidità duratura, restando sul mercato ben oltre la fase iniziale di hype.
L’aspetto forse più significativo emerge proprio da ciò che nella lista non compare. Il report segnala infatti circa mezza dozzina di categorie consumer che l’intelligenza artificiale non ha ancora toccato in modo sostanziale. Per Moore questi spazi vuoti rappresentano un’opportunità enorme, a condizione che l’industria riesca ad aprire flussi di ricavo diversi dagli abbonamenti e dai costi legati alle API.
OpenAI verso l’enterprise: espansione, non svolta
Il momento scelto per il report è curioso: quest’anno OpenAI ha riportato l’attenzione sul segmento enterprise, alimentando letture pessimistiche sui ricavi dell’AI consumer. Moore condivide l’osservazione sulla direzione presa dall’azienda di Sam Altman, ma ne rifiuta l’interpretazione drastica. Come ha spiegato: “La mossa di OpenAI verso l’enterprise non è necessariamente un pivot perché continuano a lanciare molto nel consumer: è più un’espansione”.
La partner di a16z non nasconde nemmeno la comprensione per questa strategia. Il motivo è numerico: quasi tutti i ricavi dell’AI finora sono arrivati dagli abbonamenti e dall’uso di token, un mix che pesa molto di più sul lato enterprise e sui professionisti avanzati che sul consumatore puro. In questo quadro, puntare alle aziende appare una scelta razionale più che un ripensamento.
Solo il 2.2% delle famiglie usa l’AI a pagamento
Il report State of Markets fornisce un dato che mette in prospettiva l’intero discorso: appena il 2.2% delle famiglie statunitensi paga per servizi di AI. Un numero che potrebbe sembrare un ostacolo alla crescita del mercato, ma Moore rovescia la prospettiva: non è affatto sicuro che serva aumentare la quota di utenti paganti.
“Non voglio necessariamente che il numero di utenti paganti aumenti: mi interessa di più tornare a un mondo in cui il consumatore è monetizzato in un modo che non siano dollari di abbonamento pagati di tasca propria”, ha dichiarato. La sua tesi è che in Silicon Valley, dove i redditi sono alti e spesso esistono carte aziendali per coprire questi strumenti, sia facile dire che si preferisce pagare il prodotto. Ma la realtà della maggior parte delle persone, secondo Moore, è diversa: “La maggior parte delle persone preferirebbe avere accesso gratuito a un prodotto con qualche pubblicità, potendo poi decidere se abbonarsi per far sparire gli annunci”.
Il costo marginale resta il vero nodo economico
Resta aperto il problema strutturale dei costi: il costo marginale dei servizi AI è ancora molto superiore a quello dei classici servizi internet come Facebook o Google Search. Moore vede però margini di miglioramento concreti. Un segnale arriva già da ChatGPT, che ha introdotto un piano Go a 8 dollari al mese, presumibilmente basato su modelli più economici.
Il ragionamento è che non tutte le attività richiedono necessariamente intelligenza di frontiera: per diversi casi d’uso consumer possono bastare modelli più leggeri e a basso costo. Un’altra via possibile è quella delle imprese consumer che costruiscono i propri prodotti sopra modelli open source, una tendenza già emersa più volte negli ambienti osservati dal fondo. Per Moore, insomma, siamo ancora a uno stadio iniziale della categoria, e i problemi di oggi sono anche l’occasione su cui costruire il prossimo ciclo di crescita dell’AI consumer.