L’intelligenza artificiale continua a spingere gli investimenti delle grandi aziende tecnologiche e a sostenere una parte rilevante dell’economia mondiale. Tra i principali beneficiari figura TSMC, primo produttore al mondo di semiconduttori avanzati, che sta per chiudere il sesto trimestre consecutivo con utili da record. La capacità di calcolo richiesta dai sistemi di IA alimenta ricavi e investimenti, ma allo stesso tempo crescono le preoccupazioni per le ripercussioni sull’occupazione.
Le due facce della stessa medaglia sono emerse dalle parole di Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, durante gli incontri congiunti di FMI e Banca mondiale a Bangkok. Kristalina Georgieva ha dichiarato che la spesa per le infrastrutture IA contribuisce a mantenere la crescita economica mondiale intorno al 3%, mentre la diffusione della tecnologia potrebbe ridisegnare mercato del lavoro, sistemi fiscali e istruzione.
Utili trimestrali mai così alti
Secondo le stime degli analisti raccolte da LSEG, TSMC punta a un utile netto di 746,3 miliardi di dollari taiwanesi nel terzo trimestre, pari a 23,4 miliardi di dollari statunitensi, con un incremento del 65% su base annua. Si tratterebbe del risultato trimestrale più alto mai registrato dall’azienda, sostenuto dalla domanda di chip a 3 nanometri e dalla tecnologia di packaging avanzato CoWoS, impiegata per integrare componenti destinati anche agli acceleratori per l’intelligenza artificiale.
Anche i ricavi del trimestre hanno già toccato un nuovo record, con una crescita del 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Morgan Stanley prevede che TSMC potrebbe rivedere al rialzo le stime di crescita annuale nella fascia bassa o intermedia del 40%.
Il 40% dei posti di lavoro mondiale toccato dall’IA
Le analisi del Fondo monetario internazionale indicano però un rovescio della medaglia: circa il 40% dei posti di lavoro a livello mondiale potrebbe essere influenzato dall’intelligenza artificiale, percentuale che sale fino al 60% nelle economie avanzate. Non si tratta necessariamente di occupazione destinata a sparire: in molti casi l’IA potrà affiancare i lavoratori, automatizzare alcune mansioni o cambiare le competenze richieste. In altri scenari, invece, potrebbe comprimere la domanda di personale o rendere certe posizioni meno qualificate e meno retribuite.
L’effetto risulterebbe particolarmente marcato nei Paesi che investono di più nello sviluppo di modelli avanzati e nelle infrastrutture necessarie per addestrarli e utilizzarli. Stati Uniti, Cina e India occupano posizioni centrali nella filiera dell’intelligenza artificiale, mentre numerose imprese asiatiche forniscono componenti e hardware indispensabili per alimentare questa espansione. La spesa tecnologica genera dunque nuove opportunità industriali, senza però garantire che i benefici si traducano automaticamente in più occupazione o in una distribuzione uniforme dei guadagni.
Il rischio per i neolaureati
Un campanello d’allarme riguarda in particolare chi si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro. Tharman Shanmugaratnam, presidente di Singapore, ha sottolineato che le posizioni iniziali destinate ai neolaureati stanno registrando una domanda più debole. Molte di queste mansioni comprendono compiti ripetitivi o di supporto che i sistemi automatizzati possono eseguire, almeno in parte. Se le aziende tagliano queste opportunità, per chi entra nel mercato del lavoro diventa più complicato accumulare esperienza e costruire un percorso professionale.
La trasformazione rischia peraltro di allargare il divario tra economie avanzate e Paesi in via di sviluppo. Le prime dispongono in genere di risorse maggiori per adottare l’IA, ma sono anche più esposte all’automazione delle attività intellettuali e amministrative. I secondi potrebbero invece avvalersi di strumenti meno costosi e specializzati per innalzare la produttività in settori come agricoltura, sanità e istruzione.
Resta infine un nodo che tocca direttamente i bilanci pubblici. Se l’intelligenza artificiale accresce la produttività e i profitti delle imprese riducendo al contempo il peso del lavoro umano, una quota maggiore del reddito potrebbe spostarsi dai salari al capitale. I governi dovranno quindi fare i conti con eventuali cambiamenti nelle entrate fiscali e nella sostenibilità dei sistemi di welfare, tradizionalmente legati anche all’occupazione e ai redditi da lavoro.