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The Conjuring: Senza voce, la recensione dell’horror interattivo su Netflix

Redazione
Last updated: 16 Ottobre 2026 9:01
Redazione
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9 Min Read
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Netflix torna a scommettere sugli horror interattivi con The Conjuring: Senza voce, videogioco firmato da Supermassive Games, lo studio britannico autore di Until Dawn e del recente Directive 8020, che ha costruito l’intera carriera attorno a esperienze di questo tipo. Il titolo dura più o meno come un film, circa un’ora e mezza, e si gioca interamente tramite il telefono: basta scansionare un QR code e lo smartphone diventa l’unico controller necessario, con il touch screen utilizzato come un trackpad su cui far scivolare il dito per muovere i personaggi. Il risultato, a sorpresa, è la prova più convincente del genere firmata dallo studio da diverso tempo a questa parte.

Contents
Da Unhinged al telefono-controllerUna storia originale nell’universo dei WarrenI Cooper, il Red Lion Inn e Francesca NoakesRegia sobria e spaventi classiciCome si gioca con lo smartphoneLimiti del formato, essenza ritrovata

Da Unhinged al telefono-controller

Il format non nasce con questo progetto. Qualche mese fa la piattaforma aveva già collaudato il trittico videogioco-horror-smartphone con Unhinged: La follia, sviluppato da Night School Studio, gli autori del riuscito Oxenfree. Quell’esperimento colpiva non tanto per la trama, quella di una ragazza rinchiusa in un palazzo insieme a un serial killer, quanto per un’intuizione azzeccata: il telefono del giocatore diventava lo smartphone della protagonista, interpretata da Zoë Kravitz. Reale e virtuale si fondevano, accorciando la distanza tra ciò che accadeva dentro e fuori dallo schermo: il telefono squillava davvero, consentiva di effettuare chiamate e di leggere i messaggi scambiati con gli altri personaggi. Servivano soltanto un browser o una televisione compatibile, più il proprio cellulare. Piccolo, intrigante, una promessa.

Quando è stato annunciato The Conjuring: Senza voce, con lo smartphone di nuovo chiamato a fare da controller, l’idea sembrava interessante proprio perché prometteva qualcosa di più concreto rispetto all’intuizione di Unhinged. Non è andata esattamente così, per un motivo inconfutabile: l’avventura è ambientata negli anni ’80, epoca in cui gli smartphone non comparivano nemmeno nei film di fantascienza. Quel gioco di specchi tra dispositivo reale e dispositivo virtuale, che in Unhinged accorciava le distanze, qui non può esistere, e la sensazione è che le potenzialità di un apparecchio ricco di funzioni come il telefono moderno siano state sfruttate solo in parte, limitandosi a giroscopio e touch screen. Va però riconosciuto che l’esperienza pensata da Supermassive Games è molto più vicina a un videogioco in senso canonico, almeno secondo la loro concezione del medium, rispetto al giro di giostra rappresentato dal titolo di Night School Studio.

Una storia originale nell’universo dei Warren

C’è poi una seconda grande differenza rispetto a Unhinged, totalmente originale: qui si entra in un universo narrativo già consolidato. The Conjuring, diretto da James Wan nel 2013, è oggi il capostipite di una saga cinematografica che conta circa una decina di capitoli tra sequel e spin-off, dotata di una mitologia molto forte. Al centro ruotano le figure di Ed e Lorraine Warren, due presunti demonologi americani attivi dagli anni ’50, che si occuparono di alcuni dei casi di possessione e infestazione più celebri al mondo, come quello della casa di Amityville.

Il gioco si apre proprio con Annabelle, la celebre bambola posseduta che i coniugi Warren custodiscono nel loro piccolo museo dell’occulto domestico. Stavolta, però, né i Warren né la bambola sono i protagonisti: ad attirare l’attenzione è un carillon che suona sullo sfondo, appoggiato su uno dei ripiani del museo. Al suono del meccanismo, il carillon si apre e svela la storia del videogioco, una vicenda del tutto originale calata nell’universo di The Conjuring.

I Cooper, il Red Lion Inn e Francesca Noakes

Le premesse sono un po’ bizzarre. I Cooper, una famiglia che sta cercando di superare un brutto lutto, si trasferiscono al Red Lion Inn, una locanda storica che risulta essere uno dei luoghi più infestati della Gran Bretagna. Il perché non viene approfondito più di tanto. La figlia più piccola, Bryony, comincia a vedere ciò che non dovrebbe: fantasmi, presenze, crocifissi che si inclinano al suo passaggio fino a trovarsi a testa in giù. Il padre, allarmato, chiama una professionista: Francesca Noakes, indagatrice del paranormale formata proprio presso i coniugi Warren, interpretata da Emma McDonald.

Da qui si sviluppa una storia che intreccia il dramma personale della famiglia, le vicende della locanda e il passato tormentato della stessa Francesca. Per quanto le premesse risultino forzate, “La narrazione procede in maniera convincente: è semplice, senza grandi colpi di testa, ma si regge sulle sue gambe”. Il merito è anche degli interpreti, tutti molto in parte, a cominciare da McDonald: “Emma McDonald riesce a regalare profondità al personaggio e a dotare di un’anima la protagonista grazie alla sua espressività”. Un riconoscimento va anche a Unreal Engine, che traduce alla grande la performance dell’attrice, così come alle giovani attrici che vestono i panni delle sorelle Cooper.

Regia sobria e spaventi classici

Il resto lo fa la regia, con garbo. Pur senza mai brillare per un guizzo particolare, “The Conjuring: Senza voce scorre meglio delle ultime produzioni di Supermassive Games”. La storia è cucita su misura attorno alla durata di un’ora e mezza e, soprattutto, il gioco ha cura di non mandare a monte la sospensione dell’incredulità. L’atmosfera resta tesa, le musiche sottolineano con efficacia i momenti di tensione, mentre qualche spavento è affidato ai soliti, convenzionali, jump scare. Anche su questo fronte il titolo fa il suo dovere, senza strafare.

Come si gioca con lo smartphone

Chiedersi come sia il gioco con il pad in mano sarebbe sbagliato in partenza: come anticipato, si gioca con il telefono. All’inizio dell’avventura si scansiona un QR code e da lì lo smartphone resta l’unico strumento per interagire con il mondo di gioco. Il dito scorre avanti e indietro sul touch screen, usato come un trackpad, per muovere il personaggio e seguire il rilevatore EMF, che segnala la presenza di fenomeni paranormali. Il dito scivola sullo schermo anche per compiere le scelte per conto dei personaggi, come da tradizione Supermassive.

Francesca dispone di altri due strumenti per indagare il soprannaturale: una radio che capta i suoni spettrali e la mette in comunicazione con il mondo degli spiriti, e una vecchia telecamera capace di rilevare entità occulte. Quando l’indagatrice usa questi gadget, lo smartphone in mano al giocatore si trasforma: con la videocamera, sullo schermo del telefono compare ciò che Francesca sta inquadrando nel gioco e bisogna muoversi nella stanza per individuare l’entità; con la radio, occorre orientare il telefono fino a trovare il punto di migliore ricezione e poi restare in attesa della comunicazione dall’aldilà.

Limiti del formato, essenza ritrovata

The Conjuring: Senza voce si difende bene, pur entro i limiti storici del genere e del mezzo: si gioca poco e a volte sembra di guardare un film. Il design dei livelli è estremamente lineare, composto perlopiù da corridoi: con il telefono al posto del pad, una meccanica esplorativa sarebbe risultata scomoda. Inoltre il formato ridotto non consente di costruire quella rete di scelte e conseguenze complessa tipica dei titoli dello studio britannico. Paradossalmente, proprio questa estrema semplicità riporta l’esperienza all’essenza pura di ciò che funzionava nei migliori lavori dell’azienda: un racconto dell’orrore interattivo capace di muoversi con disinvoltura sul confine tra cinema e videogioco.

The Conjuring: Senza voce resta così, paradossalmente, la cosa migliore firmata da Supermassive Games nel genere da un po’ di tempo a questa parte: una storia dell’orrore semplice e interattiva, rispettosa dei crismi del genere e appoggiata alla mitologia della saga cinematografica. Ha qualche ingenuità di scrittura, ma si regge sulla prova attoriale di un’ottima Emma McDonald, che interpreta Francesca Noakes, allieva di Ed e Lorraine Warren.

TAGGED:horror interattivoNetflixrecensioniSupermassive GamesThe Conjuring: Senza voceUnreal Engine
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