AGCOM ha sanzionato Meta con 103.291 euro per non aver fornito le informazioni richieste sul gruppo Facebook “Mia Moglie”. L’ordinanza-ingiunzione è stata emessa il 7 ottobre 2026 e pubblicata il 3 novembre 2026 sul sito dell’autorità. La decisione riguarda la violazione dell’art. 1, comma 30 della legge n. 249 del 31 luglio 1997.
Meta ha quindi presentato ricorso al TAR del Lazio, attualmente ancora pendente. L’azienda non ha però richiesto un’istanza cautelare per sospendere il procedimento. Nel comunicare l’accertata violazione, AGCOM ha considerato la gravità dell’infrazione e il fatturato registrato in Italia nel determinare l’importo della sanzione.
Il gruppo “Mia Moglie” aveva oltre 30.000 iscritti. Secondo quanto ricordato da AGCOM, “Il gruppo pubblicava immagini di persone di sesso femminile rese pubbliche senza il loro consenso e accompagnate da commenti sessisti, umilianti e degradanti.” Meta ha chiuso il gruppo a fine agosto 2025, mentre l’autorità ha inviato all’azienda una richiesta di informazioni circa due mesi dopo la chiusura, chiedendo dati relativi a contenuti, immagini, video e collegamenti ipertestuali, ove disponibili anche in forma di screenshot.
La richiesta si basava sull’art. 10 del Digital Services Act. AGCOM ha spiegato che la tutela dei minori richiedeva di tenere conto dell’art. 13-bis del Decreto Caivano e della delibera 96/25/CONS sulla verifica dell’età. L’autorità ha affermato: “AGCOM ha considerato la necessità di tutelare i minori, come previsto dall’art. 13-bis del Decreto Caivano e dalla delibera 96/25/CONS sulla verifica dell’età.”
Meta ha risposto il 18 dicembre 2025, sostenendo che il gruppo era stato rimosso da Facebook il 20 agosto 2025 e che l’azienda era in contatto con la Polizia Postale. Ha aggiunto: “Meta ha dichiarato che il gruppo era stato rimosso da Facebook il 20 agosto 2025 e che era in contatto con la Polizia Postale.” Nella stessa occasione, ha osservato: “Meta ha affermato che la richiesta di AGCOM non aveva una valida base giuridica perché il Decreto Caivano non sarebbe applicabile e che l’autorità non aveva il potere di avviare un procedimento sulla base del DSA.”
La risposta dell’azienda non ha fornito i dati richiesti per rispettare il GDPR. Meta ha quindi impugnato la decisione al TAR del Lazio. L’autorità ha comminato la sanzione di 103.291 euro, corrispondente al massimo previsto dalla legge richiamata, pari a 200 milioni di lire.