Amazon molla gli accordi di riservatezza, sulla scia di Microsoft
Amazon ha comunicato di non ricorrere più agli accordi di riservatezza, i cosiddetti NDA, quando tratta con le amministrazioni locali in merito ai data center. La decisione arriva dopo un passo analogo compiuto da Microsoft, che aveva già rinunciato a questo strumento nei negoziati con i governi territoriali. L’annuncio di Amazon, però, non era il punto centrale del documento: era inserito in un post sul blog più ampio, costruito per sostenere la tesi che i data center portino benefici concreti alle comunità che li ospitano.
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Nell’ultima puntata del podcast Equity, la notizia è stata discussa da Sean O’Kane e Rebecca Bellan. Secondo O’Kane, il fatto che la comunicazione fosse quasi nascosta all’interno di un racconto più vasto è significativo: si capisce perché Amazon non l’abbia messa in primo piano, ma a suo avviso è proprio qui che affonda le radici buona parte dei problemi che il comparto tecnologico attraversa oggi, nell’ambito dell’intelligenza artificiale in generale e dei data center in particolare.
Le moratorie locali dureranno poco, secondo Bellan
Sul fronte delle opposizioni, Rebecca Bellan ha mostrato scetticismo sulla portata reale delle moratorie sui data center adottate di recente da diverse amministrazioni. Questi blocchi, ha osservato, hanno una durata limitata: si estendono solo per uno o due anni. E c’è un elemento che a suo giudizio li indebolisce ulteriormente: “Questi data center non entreranno in funzione per i prossimi due, tre, quattro, cinque anni”. Le moratorie, dunque, potrebbero esaurirsi ben prima che le strutture diventino operative, riducendone l’effetto pratico.
Una lettura diversa arriva però dalla controparte: chi sostiene i data center appare comunque preoccupato dalla ondata di provvedimenti restrittivi, un segnale che il clima attorno a queste infrastrutture si è effettivamente irrigidito. Il dibattito resta aperto sul peso reale che queste pause amministrative avranno nel medio periodo.
La colpa, secondo O’Kane, è di una cattiva comunicazione
Per Sean O’Kane, la causa profonda del contraccolpo pubblico va cercata nella comunicazione del settore. “L’industria fa un pessimo lavoro nel spiegarsi ed è costantemente frustrata dal fatto che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare un mondo in cui questa tecnologia sia utile per loro”, ha dichiarato. Le polemiche su effetti, rischi e vantaggi dei data center si moltiplicano, ma il settore non riesce a dare risposte convincenti.
Ci sono poi questioni concrete che alimentano le preoccupazioni dei residenti: l’impatto potenziale sul valore degli immobili, sulle bollette dell’elettricità, sui consumi idrici del territorio. O’Kane riconosce che si può discutere a lungo su quanto questi problemi siano reali o gonfiati, ma il nodo, a suo parere, sta altrove.
Progetti trattati in segreto: il precedente Uber
“Molti progetti di data center vengono negoziati essenzialmente in segreto, a volte senza che il pubblico sappia chi li occuperà o li userà”, ha rilevato O’Kane. A volte la cittadinanza sa che arriverà un data center, ma ignora chi lo sfrutterà davvero. Si tratta, ha aggiunto, di un vizio di lunga data del comparto tecnologico.
Il giornalista ha richiamato il precedente di Uber: a metà degli anni 2010, durante la sua espansione rapida, l’azienda usava tattiche analoghe di riservatezza nei rapporti con i governi locali. O’Kane ha raccontato di un servizio realizzato da un collaboratore quando lui lavorava ancora presso The Verge, riguardante una città nei pressi di Orlando: Uber cercava di ottenere sussidi fiscali per finanziare corse verso il trasporto pubblico. L’intera trattativa si svolse all’oscuro di tutti e, grazie a quella segretezza, l’azienda si sentì libera di chiedere sempre più concessioni. Per questo O’Kane giudica positivamente la mossa di Amazon: ce ne vorrebbe di più, anche se resta da vedere se produrrà effetti concreti.