Con una camicia polo color sabbia, una cintura di cuoio marrone e un bolo tie tondo, il dottorando del MIT Wil Norton sembrava quasi una guida naturalistica mentre accompagnava un gruppo in visita attraverso quello che poteva sembrare una giungla tropicale. La scenografia, però, era il CSAIL, il laboratorio di informatica e intelligenza artificiale del MIT, e la fauna da avvistare era più insolita di un ghepardo: una coppia di robot umanoidi Unitree, dal valore di circa $50,000 ciascuno. «Ti diranno che costano $16,000», ha avvertito Norton. «È una bugia».
Gabe, il robot con un LiDAR al posto del cervello
Di solito questi robot si vedono solo su YouTube, mentre eseguono coreografie di arti marziali sincronizzate o si esibiscono ballando in trasmissioni televisive come «America’s Got Talent». Nel laboratorio, invece, appaiono accessibili: pur sapendo che non è senziente, il visitatore sente il desiderio di essergli amico. Con il permesso di Norton, ci si può avvicinare all’esemplare soprannominato Gabe, che monta un sensore LiDAR dove dovrebbe trovarsi il cervello. Il primo istinto, davanti a qualcosa del genere, è incertezza su come comportarsi; poi, però, prevale l’abitudine di trattarlo come una persona. Si finisce così per stringere la sua mano guantata e abile, salutandolo con un «Buongiorno, signore, è un piacere conoscerla». Un gesto spontaneo, che rivela quanto sia naturale per gli umani antropomorfizzare le macchine.
Sherry Turkle e mezzo secolo di studi su umani e computer
Quell’impulso istintivo a essere cordiali con un robot torna alla mente durante la presentazione del libro «Artificial Intimacy» di Sherry Turkle, in occasione del MIT Future Fest. Turkle è entrata nella facoltà del MIT nel 1976 e studia le relazioni tra umani e computer probabilmente più a lungo di chiunque altro, tracciando l’impatto psicologico delle tecnologie dai primi home computer fino a ChatGPT. «Quando siamo coinvolti anche negli scambi più primitivi con un artefatto relazionale, crediamo che esso si curi di noi, e siamo predisposti a curarcene in cambio», scrive nel libro. E la tendenza non riguarda pochi soggetti: una ricerca ha rilevato che circa il 70% delle persone si comporta educatamente quando interagisce con l’IA, mentre un altro studio mostra che gli utenti pronunciano più facilmente «per favore» o «grazie» ai chatbot dopo il primo scambio prompt-risposta. L’antropomorfizzazione di robot e modelli linguistici, come nota Turkle, sembra insita nella natura umana.
Chi stiamo diventando quando parliamo con l’IA
La cortesia verso il robot Gabe non produce conseguenze materiali, ma i LLM ormai permeano tutto, dalle ricerche su Google ai servizi di assistenza clienti, e interagire con questi chatbot dall’apparente senzienza è diventato routine. Questo rende le persone più esposte al rovescio della medaglia di questo impulso: alcuni individui attribuiscono tanta legittimità ai sentimenti dei chatbot — progettati per non generare mai conflitti — da finire col preferirli agli altri esseri umani. Sul confine tra uso corretto e scorretto dell’IA si è espresso il dottor Pat Pataranutaporn, collega di Turkle e fondatore del gruppo di ricerca Cyborg Psychology al MIT Media Lab: «La gente tende a classificare l’uso dell’IA come giusto o sbagliato, ma non esiste un confine chiaro; la domanda è: chi stiamo diventando quando parliamo con l’IA?». La questione, quindi, non è tanto stabilire regole di comportamento verso le macchine, quanto capire la trasformazione che l’interazione costante con l’intelligenza artificiale opera su di noi.